Questo capitolo di Digging-Up. Atlas of the Blank Histories è ancora in corso.
Si fonda su un’indagine conoscitiva del territorio greco e delle sue isole meno frequentate, alla ricerca di storie sconosciute, omesse o dimenticate, che scorrono accanto alla Storia e sono rimaste sedimentate nel sottosuolo.
Da qui, del resto, il progetto era partito. La caverna di Platone, dove gli uomini scambiano le ombre per la realtà, e il mito di Atlantide, la civiltà inghiottita dal mare, appartengono alle storie che hanno dato forma a Digging-Up, insieme all’idea della memoria come qualcosa da strappare all’oblio. Tornare in Grecia significa risalire alla fonte di questi racconti e chiedersi che cosa sia rimasto sepolto sotto di essi.
Quelle che seguono non sono le tappe di una storia della Grecia, ma le evocazioni che hanno accompagnato la scelta di questo territorio: racconti, miti, immagini e letture che, sovrapponendosi, hanno fatto della Grecia una tappa necessaria del progetto. Ciascuna di esse corrisponde a uno strato, e insieme compongono una sorta di carotaggio immaginario, dalla superficie del mare fino al cuore della terra.
La Grecia si offre allo sguardo come un territorio in frammenti. Le sue isole affiorano dal mare come i cocci che l’archeologo raccoglie in superficie, parti di un intero di cui nessuno conosce più la forma. Non è un caso che la parola arcipelago sia nata per nominare l’Egeo, prima di estendersi a ogni costellazione di isole del mondo. Questo mare è stato per millenni una via più che un confine. Lo hanno solcato mercanti e pirati, eroi e naufraghi. Lo hanno abitato dall’interno i pescatori di spugne, che per generazioni sono discesi nel buio dei fondali. Oggi lo attraversa chi fugge dalla guerra e cerca approdo sulle isole più vicine alla costa turca. Ogni passaggio ha lasciato il suo deposito. Dal relitto di Anticitera, all’inizio del Novecento, è riemerso un congegno di ingranaggi in bronzo che calcolava il moto del sole e della luna, rimasto sommerso per duemila anni: una macchina del tempo che il tempo stesso aveva custodito.
Su ciascuna di queste terre emerse il tempo si è sedimentato per accumulo. Dominî e lingue si sono succeduti lasciando strati che talvolta affiorano gli uni accanto agli altri: il santuario antico, il castello dei Cavalieri, la moschea, l’architettura razionalista degli Italiani. Ma la superficie restituisce soltanto ciò che qualcuno ha scelto di tramandare. Il resto è scivolato più in basso: gli esodi, gli esili, i villaggi arroccati sulle alture per sottrarsi allo sguardo di chi giungeva dal mare. Lì la memoria smette di essere racconto e si fa materia.
Ancora più sotto c’è il mito, che in Grecia non è mai del tutto separato dai luoghi. A Serifos, si racconta, Perseo pietrificò un re mostrandogli la testa di Medusa. Nisyros sarebbe nata da un frammento di roccia scagliato da Poseidone contro un gigante, che ancora giace sotto l’isola. A Leros, intorno al santuario della Vergine, vivevano gli uccelli chiamati meleagridi: secondo il mito erano le sorelle di Meleagro, che Artemide aveva trasformato in uccelli perché non smettevano di piangere il fratello morto. A Lefkada, dalla rupe bianca che dà il nome all’isola, ci si gettava in mare per guarire dall’amore, e la tradizione voleva che Saffo fosse stata la prima a compiere quel salto. A Patmos la tradizione colloca la visione dell’Apocalisse, la fine dei tempi da cui, come in La Jetée, ogni viaggio nel passato sembra prendere avvio.
Per i Greci il sottosuolo era il regno dei morti, il luogo in cui Persefone scendeva ogni anno per poi tornare alla luce. Ed era lì, sotto la terra, che si decideva il destino della memoria. Le laminette d’oro deposte nelle tombe orfiche indicavano al defunto la strada: giunto nell’Ade, avrebbe trovato due fonti. Non doveva bere dalla prima, quella di Lete, perché la sua acqua cancellava ogni ricordo. Doveva cercare la seconda, la fonte di Mnemosyne, la Memoria. Ricordare era la sola salvezza possibile. È la stessa scelta da cui muove Digging-Up: scendere nel sottosuolo per sottrarre all’oblio ciò che la terra custodisce.
Sotto il mito, infine, c’è la terra, e qui la terra non è mai ferma. Le isole poggiano su uno dei suoli più fragili del Mediterraneo, nel punto in cui la placca africana scivola sotto quella euroasiatica. Terremoti, vulcani e maremoti ne hanno ridisegnato le coste per millenni. Intorno al XVII secolo a.C. l’eruzione di Thera seppellì sotto la cenere la città di Akrotiri, e quella scomparsa, secondo molti, è all’origine della leggenda di Atlantide: una civiltà sepolta e un racconto che ne tramanda il ricordo. Gli stessi Greci immaginavano che Delo fosse un’isola errante, trascinata dalle onde, finché non fu ancorata al fondo del mare. E immaginavano che sotto i loro piedi la terra fosse vuota.
Nel Fedone Platone descrive un mondo scavato da cavità immense, percorso da fiumi sotterranei di acqua, di fuoco e di fango che confluiscono nell’abisso del Tartaro. All’estremità del Peloponneso, a Capo Tenaro, una grotta era ritenuta una delle porte dell’Ade, il varco da cui Eracle trascinò alla luce Cerbero. È l’antico sogno di una terra cava, abitata dentro di sé, che attraverserà i secoli fino agli scienziati e ai visionari dell’età moderna.
È un sogno che Digging-Up in fondo condivide: l’idea che sotto la superficie esista un altro mondo, fatto di ciò che è stato sepolto, e che basti scavare per raggiungerlo. Come nel presente immaginato da Marker, qui il passato non è mai concluso, ma ancora in via di definizione.
Sono queste suggestioni, accumulate negli anni e intrecciate al senso stesso del progetto, ad aver reso la Grecia una tappa inevitabile. Proprio questa densità, però, finisce per nascondere le vicende minori: le grandi storie e i grandi miti coprono quelle più piccole, che sono quelle che il progetto cerca.
La ricerca, del resto, non ha un inizio e una fine definiti. Si sviluppa attraverso studi, letture, incontri ed esplorazioni che si sovrappongono, modificando continuamente la prospettiva su ciò che è già stato osservato. Anche il capitolo greco è nato da questo processo di progressiva stratificazione della conoscenza.
In preparazione del viaggio del 2021, ho ampliato ulteriormente le mie letture, affiancando agli studi già intrapresi nuovi saggi appartenenti ad ambiti di ricerca differenti, dalla storia all’antropologia, dalla filosofia alle scienze della terra. Le letture sono proseguite anche durante il viaggio, intrecciandosi ai luoghi attraversati, agli incontri e ai racconti raccolti dagli abitanti. Non si trattava di costruire un apparato teorico da applicare al territorio, ma di approfondire le questioni che avevano orientato la scelta della Grecia, lasciando che le conoscenze acquisite e l’esperienza diretta si modificassero reciprocamente.
Il sottosuolo richiedeva innanzitutto di essere pensato oltre la sua dimensione fisica. In Underland. Un viaggio nel tempo profondo, Robert Macfarlane esplora luoghi in cui il tempo geologico incontra la storia umana e dove seppellire significa talvolta conservare, altre volte nascondere o affidare qualcosa a un futuro lontanissimo. Mi interessava approfondire questa ambivalenza, che attraversa l’intero progetto: estrarre dalla terra una testimonianza del passato e, attraverso la Time Capsule, compiere il movimento inverso, consegnando al sottosuolo qualcosa del presente. L’ordine nascosto. La vita segreta dei funghi di Merlin Sheldrake ha aggiunto una prospettiva differente sulla vita che si sviluppa sotto la superficie, sulle reti di relazioni invisibili e sui processi di trasformazione che attraversano la materia. Due letture lontane per metodo e oggetto, ma capaci di mettere in discussione l’idea del sottosuolo come semplice deposito inerte.
Un’altra parte dello studio ha riguardato la natura della testimonianza e le condizioni attraverso cui un avvenimento entra nella storia. In Sul concetto di storia, Walter Benjamin mette in crisi l’immagine del passato come una successione di fatti definitivamente acquisiti, mentre in Il narratore. Considerazioni sull’opera di Nikolaj Leskov riflette sulla trasmissione dell’esperienza attraverso la voce e il racconto. Mi interessava soprattutto la distanza tra una storia vissuta, una storia tramandata e una storia riconosciuta come tale. Apologia della storia o mestiere di storico di Marc Bloch ha permesso di approfondire il rapporto tra traccia, testimonianza e interpretazione, una distinzione essenziale quando si cerca di comprendere che cosa possa realmente dimostrare un reperto materiale. Con L’era del testimone di Annette Wieviorka, la riflessione si è spostata sulle condizioni storiche che attribuiscono alla parola del testimone un’autorità pubblica, mentre Immagini malgrado tutto di Georges Didi-Huberman ha posto la questione di ciò che un’immagine frammentaria può testimoniare anche quando sembra insufficiente a rappresentare un evento. In Storia naturale della distruzione, W. G. Sebald affronta invece il silenzio che può circondare un’esperienza collettiva persino quando le sue conseguenze materiali sono visibili. Sono questioni differenti, che convergono su un problema centrale per Digging-Up: la presenza di una traccia non garantisce che essa venga riconosciuta, così come l’assenza di una testimonianza scritta non dimostra che un avvenimento non sia accaduto.
A queste letture si è aggiunta L’arte della memoria di Frances A. Yates, per approfondire il rapporto tra immagini, luoghi e costruzione del ricordo. La memoria può essere organizzata spazialmente, affidata a un’architettura immaginaria, a una successione di luoghi attraverso i quali il pensiero si orienta. Questo rapporto tra spazio e memoria mi sembrava particolarmente vicino alla costruzione di un atlante in cui ogni punto geografico rimanda a una storia, e in cui la mappa visibile deve essere continuamente confrontata con quella, meno accessibile, dei racconti che attraversano il territorio.
La Grecia ha portato inevitabilmente la ricerca a confrontarsi anche con l’idea della fine e con ciò che può sopravvivere alla scomparsa di un mondo. La fine del mondo. Contributo all’analisi delle apocalissi culturali di Ernesto De Martino mi ha permesso di approfondire il rapporto tra la crisi di un orizzonte culturale e la possibilità stessa di continuare a riconoscersi nel mondo. In Escatologia occidentale, Jacob Taubes affronta il rapporto tra tempo storico e attesa della fine, mentre La via. Per l’avvenire dell’umanità di Edgar Morin sposta l’attenzione sulla possibilità di immaginare trasformazioni a partire dalle crisi del presente. Ho affiancato a queste riflessioni Dopo la finitudine. Saggio sulla necessità della contingenza di Quentin Meillassoux, per interrogare un tempo che eccede l’esistenza e la memoria umana, e La singolarità è vicina di Ray Kurzweil, per considerare una prospettiva radicalmente diversa, nella quale l’accelerazione tecnologica modifica il rapporto tra il presente e il futuro. Accostare visioni tanto distanti non significava cercare una loro sintesi, ma ampliare la riflessione sulle differenti scale temporali che attraversano il progetto, dal passato remoto conservato nella materia al secolo durante il quale la Time Capsule rimarrà sepolta.
Anche la relazione tra i luoghi e le comunità che li abitano richiedeva uno sguardo più articolato. Essere singolare plurale di Jean-Luc Nancy e Poetica della relazione. Poetica III di Édouard Glissant hanno accompagnato una riflessione sulle forme di esistenza e di memoria che non possono essere comprese isolatamente, ma prendono forma attraverso rapporti, attraversamenti e scambi. Mi interessava questa prospettiva soprattutto in un territorio insulare, dove il mare separa e al tempo stesso mette in comunicazione, e dove le storie degli abitanti sono spesso il risultato di migrazioni, incontri, dominazioni e appartenenze sovrapposte. Anche Disobbedienza civile di Henry David Thoreau è entrato in questo percorso, portando l’attenzione sulla responsabilità individuale nei confronti dell’autorità e sulla possibilità di sottrarsi a ciò che viene imposto come ordine legittimo. Una questione che riguarda, indirettamente, anche il diritto di una storia minore a non scomparire all’interno di una narrazione dominante.
Queste letture non costituiscono un sistema teorico da applicare al territorio. Le ho affrontate per prepararmi a osservare e interrogare più attentamente ciò che avrei potuto incontrare, senza stabilire in anticipo quale interpretazione attribuirgli. Ogni libro ha aggiunto una prospettiva, ma anche nuove incertezze. La progressiva stratificazione delle conoscenze non rende necessariamente più trasparente ciò che si trova sotto la superficie: permette piuttosto di riconoscere quanto siano diverse le condizioni attraverso cui qualcosa viene conservato, dimenticato, trasformato o trasmesso.
Lo studio era indispensabile per orientarsi in un territorio così stratificato, ma portava con sé un limite che il progetto non poteva ignorare: ciò che è scritto è già stato raccontato. Una storia fissata sulla pagina, per quanto marginale, ha già trovato una forma di trasmissione. Le storie che Digging-Up cerca stanno anche altrove, nella voce di chi abita i luoghi, passate da una generazione all’altra come un’eredità che nessuno ha mai pensato di trascrivere. Per raggiungerle non bastava leggere: bisognava andare.
Per questo, a metà settembre del 2021, la ricerca si è spostata sul territorio, lontano dai luoghi più celebrati, con un viaggio di studio durato quasi due mesi, concluso a Leros il 7 novembre. Il viaggio si è svolto in barca. Molte delle isole cercate non hanno collegamenti regolari e si possono raggiungere soltanto dal mare. È anche il modo in cui, per millenni, queste terre sono state avvicinate da naviganti, mercanti e viaggiatori, approdo dopo approdo. La barca era condotta da un esperto delle acque greche, che ha accompagnato l’intero percorso guidandone le rotte, i venti e gli ancoraggi.
È un modo di viaggiare che in Grecia ha un precedente antico. Nel II secolo d.C. Pausania percorse queste terre annotando le leggende che gli venivano raccontate sul posto, storie minori che nessun altro aveva trascritto. Allo stesso modo, il viaggio è stato fatto di navigazione, di cammino e di ascolto. Il tempo lento degli spostamenti da un’isola all’altra, i paesaggi attraversati, gli incontri e i racconti raccolti dalla voce degli abitanti hanno aperto riflessioni ed esplorazioni che nessuna lettura avrebbe potuto offrire. Lo studio aveva indicato dove guardare. Solo il viaggio ha permesso di vedere.
Il percorso ha attraversato la Grecia da un mare all’altro. Nel Dodecaneso ha toccato Patmos, Arki, Agathonisi, Leros con la baia di Blefouti e l’isolotto di Archangelos, Levitha, Kalymnos con il villaggio di Palionisos, Pserimos, Nisyros e Gyali; nelle Cicladi Paros con il villaggio di Naoussa, Ano Koufonisi, Kythnos e Serifos; nel golfo Saronico Hydra. Nel Peloponneso ha raggiunto la rocca di Monemvasia, l’isola di Elafonisos, la baia di Porto Heli, Pylos e, nell’entroterra, Olimpia. Nello Ionio, infine, ha toccato Zakynthos, Antipaxos e Lefkada, insieme alle baie di Sarakiniko e di Syvota. Il viaggio si è concluso a Leros.
Ogni approdo ha lasciato la sua traccia. In alcune isole, però, il paesaggio e le storie ascoltate si sono intrecciati più che altrove, lasciando intravedere una zona sensibile: un luogo in cui qualcosa sembra attendere sotto la superficie. Sono queste le isole su cui la ricerca ha scelto di soffermarsi: Gyali, Nisyros, Leros, Levitha, Arki, Agathonisi, Kalymnos, Serifos, Kythnos, Monemvasia, Elafonisos e Lefkada.
Sulla mappa ciascuna di esse è indicata da un punto. Seguendolo si accede alla sua storia: i racconti tramandati a voce dagli abitanti, i documenti rintracciati e le fotografie raccolte durante il viaggio. Sono materiali che compongono, isola dopo isola, la prima mappa di questo nuovo capitolo, una carta di storie da sovrapporre a quella geografica. L’elenco resta aperto e potrà accogliere altre isole man mano che la ricerca procede.
Questa prima fase, condotta in forma indipendente, senza il sostegno di un’istituzione, ha posto le basi del capitolo greco. Il passo successivo sarà il ritorno sulle isole selezionate, questa volta insieme a chi sa leggere la terra: geologi e sedimentologi, vulcanologi, speleologi, geofisici in grado di sondare il sottosuolo senza intaccarlo, archeologi, geochimici e specialisti della datazione, insieme ai tecnici della perforazione. È lo stesso processo già messo in atto nelle tre tappe precedenti, a Kabul, in Cappadocia e a Pompei, dove ogni intervento è stato preparato e condotto con il contributo di competenze scientifiche diverse.
Tra il racconto tramandato e la materia che si è depositata nel tempo non esiste necessariamente una corrispondenza. Una storia può attraversare molte generazioni senza lasciare una traccia geologica riconoscibile, mentre la terra può conservare testimonianze di avvenimenti di cui nessuno ha più memoria. Il racconto e il sottosuolo custodiscono il passato in modi differenti, e nessuno dei due può restituirlo nella sua interezza. Sarà il confronto tra queste due forme di testimonianza, reso possibile dalle indagini scientifiche, a verificare se, sotto i luoghi indicati dai racconti, la materia conserva tracce riconducibili a ciò che la memoria ha tramandato, e a individuare con precisione il punto in cui scendere.
Solo allora, con il sostegno di un’istituzione e i permessi necessari, si aprirà la fase operativa: l’estrazione dei carotaggi e la loro analisi, l’esposizione, le placche a segnare ogni foro e, infine, la Time Capsule affidata alla terra per un secolo. È un percorso che non conosce in anticipo il proprio esito. Sarà la storia emersa da una di queste isole, inedita, insabbiata, rimasta ai margini, ma degna di essere riportata in superficie, a indicare il luogo in cui interrogare la terra. E il viaggio, cominciato come ascolto, potrà allora diventare scavo.